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Ogni giorno, ogni uomo, in ogni parte del mondo vive sulla base delle proprie scelte, e non si tratta solo delle decisioni che hanno conseguenze sul lungo termine, come decidere a che facoltà iscriversi o se comprare un appartamento, ma anche di scelte semplici e immediate, ad esempio, cosa cucinare per cena o se andare in pizzeria, e se si è in pizzeria che pizza ordinare.

Il tratto essenziale che caratterizzata tutte queste, e molte altre, decisioni è che sono prese in contesti in evoluzione, non perfettamente noti e dunque profondamente incerti.

Alla luce di queste considerazioni, come si può credere nella definizione della razionalità assoluta alla base delle scelte economiche?

Si può pensare di essere in grado di decidere correttamente come investire il proprio denaro se si accetta di non essere sempre in grado di scegliere la pizza migliore?

Lo studio della scelta umana è sempre stato integrato nell’analisi economica, che non è nient’altro che l’esame dell’aggregazione di alcune tipologie di decisioni.

Dunque, per meglio comprendere gli andamenti economici è necessario indagare i processi cognitivi alla base dei “mattoncini” che compongono queste tendenze.

Già Fisher, Pareto o Keynes integrarono riflessioni di natura comportamentale nei propri studi.

Successivamente però, le discussioni psicologiche sono state escluse dalle analisi economiche e per un periodo abbastanza prolungato le due materie si sono reciprocamente guardate da lontano per riavvicinarsi negli anni 2000, grazie anche al lavoro di David Kahnemann, premio Nobel nel 2002 ripreso poi da Richard Thaleb, padre della teoria del nudge, la spinta gentile che permette agli agenti regolatori di indirizzare le scelte, in modo tale da utilizzare a fin di bene l’irrazionalità umana.

meglio un uovo oggi che una gallina domani

Behavioral economics

L’economia e la finanza comportamentale sono i campi di studio che integrano la psicologia cognitiva e la comprensione delle decisioni economiche e finanziarie e di come queste impattano i prezzi di mercato e l’allocazione delle risorse.

In particolare, i temi principali affrontati dalla behavioral economics sono:

  1. Euristica
  2. Inquadramento
  3. Inefficienze di mercato

L’euristica suggerisce che i soggetti economici prendono decisioni basandosi su regole empiriche abbastanza approssimative negando il processo decisionale assolutamente razionale.

In questo contesto sono analizzati i bias cognitivi, cioè i pattern sistemataci di deviazione dalla razionalità di giudizio. Tra questi si ricordano i più noti:

  • Il bias di ancoraggio: consiste nella propensione a basare le proprie decisioni sulle prime informazioni raccolte dall’ambiente esterno
  • L’apofenia: è la tendenza a percepire schemi significativi tra dati del tutto causali, una casistica molto frequente è la cosiddetta fallacia dello scommettitore, l’errore logico che spinge a credere che eventi passati influiscano su eventi futuri governati dal caso
  • Il bias di conferma: si realizza nel momento in cui si selezionano le informazioni in maniera tale da rendere maggiormente credibili quelle che confermano le proprie convinzioni e ignorare quelle che invece le contraddicono

L’inquadramento invece, si sofferma sul fatto che la modalità di presentazione di un problema influenza il processo mentale di chi deve prendere la decisione. In questo ambito si inserisce la teoria del mental accounting, sviluppata da Thaler che ipotizza che le scelte delle persone sono mediate da un vero sistema di contabilità mentale non neutrale e non del tutto coerente con il modello microeconomico neoclassico.

La manifestazione più intuitiva di tale teoria è definita sunk cost effect e consiste nell’inglobare nei processi decisionali il peso dei costi di scelte precedenti e irreversibili, definiti costi affondati.

Thaler, inoltre, approfondisce la questione delle inefficienze di mercato secondo una nuova prospettiva comportamentale che permette di spiegare fenomeni come l’errata valutazione di prezzo o le anomalie sul ritorno.

In particolare, Thaler si esprime sull’equity premium puzzle che si riferisce all’osservazione che i rendimenti dei mercati azionari sono maggiori rispetto a quelli dei titoli di stato, il che dovrebbe portare ad una domanda più consistente di titoli azionari. Il fenomeno per il quale l’investitore rappresentativo non è attratto, per come dovrebbe, dall’investimento in azioni è definito “avversione alle perdite”, cioè l’osservazione per cui l’impatto negativo in termini di utilità di una determinata perdita è maggiore dell’impatto positivo sull’utilità di un guadagno di pari ammontare.

Le teorie esposte e gli studi di Kahnemann o Thaler sono il fulcro di una profonda innovazione di pensiero, grazie alla quale la tendenza alla schematizzazione sfrenata lascia spazio all’idea che alla base di ogni sistema e meccanismo economico c’è l’essere umano, che in quanto umano non potrà mai essere separato dalla sua sfera emotiva.

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Immagini: pixabay 

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