3.8
(10)

Le crisi economiche, al di là della loro natura e della loro entità, producono effetti eterogenei tra le nazioni. Questo è ciò che possiamo dedurre non solo dalla teoria economica ma anche dalla storia, la quale si traduce poi in meri fatti empirici.

Sebbene le economie siano oggigiorno caratterizzate da un livello di integrazione e di interconnessione sempre crescente a dispetto delle correnti nazionaliste che si presentano in maniera più o meno ciclica dovute a una malsana comprensione e interpretazione delle dinamiche di mercato nel contesto globale sarebbe innaturale pensare che qualsivoglia shock produca effetti economici e sociali simmetrici.

Questo vale non soltanto per quegli eventi scatenanti recessioni, ma anche per quelle esperienze il cui effetto netto è un aumento del benessere sociale (si pensi ad esempio allo sviluppo di una nuova tecnologia o a protratte condizioni atmosferiche favorevoli per la produzione di frumento). Vale quindi la pena di chiedersi quali siano le condizioni di partenza che amplificano o contengono gli effetti indotti da shock.

Senza perdita di generalità, è ragionevole pensare che i parametri macroeconomici e finanziari, le relazioni politiche internazionali, i trend demografici e gli aspetti culturali siano tra le determinanti principali della solidità o vulnerabilità di un paese.

L’Italia si inserisce nell’attuale contesto pandemico con una elevata fragilità che mina la capacità strettamente nazionale di fronteggiare la crisi sanitaria, economica e sociale. Senza addentrarci in una più approfondita analisi circa le patologie dell’economia italiana, possiamo menzionare quattro fattori che probabilmente costituiscono il caposaldo della vulnerabilità del Paese: l’assenza di crescita della produttività del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, gli elevati livelli di spesa pubblica e di debito pubblico.

Italia e crisi pandemica, l'importanza dell'euro

Nella figura 1 possiamo analizzare gli andamenti a livello nazionale dei quattro fattori nel periodo 1998-2017 comparandoli con quelli di Germania e USA.
In alto a sinistra è rappresentato il PIL reale per ora lavorata, il quale è una buona
proxy della produttività del lavoro. È evidente che l’andamento di lungo periodo risulta essere quasi piatto mentre quello di Germania e USA è crescente, risultando in un aumento drammatico del gap.

Il tasso di crescita della popolazione ha iniziato un drastico e costante andamento discendente durante i primi anni del millennio corrente, attestandosi stabilmente su valori negativi dal 2012. Questo si traduce inevitabilmente in un aumento dell’età media della forza lavoro.

La Germania ha vissuto un declino demografico nel periodo 2003-2008, riuscendo però a invertire il trend anche grazie a efficaci politiche migratorie.

Il tasso di crescita della popolazione degli USA è caratterizzato da un lento andamento decrescente dall’inizio del periodo analizzato, senza però rappresentare ancora situazioni di pericolo demografico.
Il livello di spesa pubblica in Italia è relativamente elevato, superando quota 50% del PIL in diversi episodi annuali.

Questo porta, tra gli altri, ad alcune conseguenze negative:

a) effetto spiazzamento degli investimenti privati;

b) aumento del costo del lavoro;

c) accumulo di debito pubblico e/o aumento della pressione fiscale corrente.

Il risultato di anni di elevata spesa pubblica e di deficit ha portato il rapporto debito/PIL italiano ad attestarsi su valori superiori al 100% per decenni, aumentando drasticamente in seguito alla grande recessione.

Per effetto delle politiche fiscali espansive attuate per fronteggiare i problemi dovuti alla pandemia, stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto debito/PIL in Italia a fine 2021 arriverà a sfiorare il 160% (che rappresenta un incremento di circa il 19% rispetto ai livelli pre-covid).

Si potrebbero elaborare diverse considerazioni circa le prospettive future del Paese dal momento che ognuno dei fattori menzionati produce e produrrà ulteriori effetti poco desiderabili e distorsivi su diversi fronti.

Uno dei più delicati, se non il più delicato, è la fiducia: il mix dell’evoluzione dei quattro fattori menzionati disincentiva fortemente gli agenti economici a investire in Italia. Infatti, un’economia la cui crescita della produttività del lavoro è prossima allo zero necessita di una quantità crescente di forza lavoro affinché si possa sostenere un tasso di crescita positivo del prodotto pro-capite. In Italia, purtroppo, la stazionarietà della crescita economica dovuta alla stagnazione della produttività del lavoro è aggravata dalla decrescita della forza lavoro, rafforzando le aspettative pessimistiche circa le prospettive di crescita aggregata futura.

L’elevato livello di debito pubblico unito a un livello di spesa pubblica relativamente alto aumenta la percezione di rischiosità finanziaria del Paese. Infatti, oltre al rischio di default che può essere alimentato da un elevato stock di debito pubblico, livelli di spesa pubblica continuamente elevati generano pressione sul livello corrente o futuro della tassazione, la quale riduce lo spazio di manovra fiscale e ostacola la crescita.

Gli investitori, ovviamente, scontano l’elevata rischiosità e le prospettive di bassa o nulla crescita economica. Per fortuna, l’euro compensa almeno in parte le vulnerabilità dell’Italia. Infatti, il nostro Paese beneficia della sua presenza in un sistema internazionale più ampio che gode della fiducia da parte dei mercati grazie alla presenza di Stati Membri solidi e al regime credibile e parsimonioso di disciplina finanziaria dell’Eurozona.

I massicci interventi di acquisto di titoli di stato italiani da parte della BCE mitigano la percezione di rischiosità dell’Italia da parte degli investitori. Questo si traduce quindi in un importante contenimento del costo del deficit pubblico italiano.

Gli investitori sanno bene che, al momento, la BCE – spinta anche dai bassi livelli di inflazione – è disposta a continuare ad acquistare titoli di stato dei paesi più rischiosi dell’Eurozona pur di salvaguardare la stabilità della moneta unica. Tuttavia, questo non deve rappresentare un incentivo per l’Italia e per gli altri Membri dell’Eurozona ad attuare in modo incontrollato politiche fiscali espansive con la certezza di poter sempre contare sulle politiche accomodanti della BCE.

Se in futuro l’inflazione nell’Eurozona dovesse subire variazioni positive, repentine e rilevanti, la BCE sarebbe costretta ad arrestare le politiche monetarie espansive e il merito creditizio dell’Italia subirebbe mutazioni negative. In altre parole, malgrado la volontà della BCE di tenere calmi i mercati dei capitali, potremmo ritrovarci in futuro ad essere valutati dagli investitori per la nostra fragilità nazionale, con conseguente impennata del costo del debito a carico dei contribuenti italiani correnti e futuri.

La pandemia ha aggravato i parametri economici e finanziari dell’Italia. Nonostante ciò, grazie all’euro e agli interventi della BCE, l’Italia riesce ad allocare i propri titoli sul mercato a tassi di interessi relativamente bassi. Inoltre, il piano Next Generation EU permetterà all’Italia di ottenere una quota rilevante delle risorse a fondo perduto e di accedere a prestiti i cui tassi d’interesse sono più convenienti rispetto a quelli che otterrebbe in autonomia sul mercato.

La tutela europea rappresenta quindi una sorta di scudo finanziario senza il quale sarebbe stato di gran lunga più problematico se non impossibile per l’Italia di oggi affrontare la crisi sanitaria ed economica.

Leggi qui, gli altri articoli di questa categoria.

Immagini: pixabay

Ti è piaciuto l'articolo?

Dacci un voto!

Voto medio: 3.8 / 5. Numero voti: 10